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La battaglia di Little Bighorn (versi romaneschi)

ritratto di Fargo
Pubblicato da Fargo il Mar, 13/07/2010 - 07:03
  • Poesia
  • Storia

 

 
 
 
                Dedicata a Rita, cuore vero di madre e di donna

 
 
 
 
 
La battaglia di Little Bighorn

 
 


Milleottocento e settantasei,
del giugno venticinque, ore tre mezzo:
‘Signore, come vede bene lei,
potremo qui resiste pe’ ‘n ber pezzo.
’

George Armstrong Custer, granne generale,
ascolta attento e pensa a quale mossa
dovrà ricorre pe’ nun finì male:
combatte cinquemila pellerossa

nun è ‘n giochetto mica divertente.
Ce vonno petto, pelo e palle grossa
pe’ mette er freno a tutta quella gente
che anela de schiaffallo ne la fossa!

A Little Bighorn lui s’è lanciato
da sprovveduto, mejo da cojone.
Su le Black Hills adesso è circondato,
da li Sioux de tutta la reggione.

Contro la forza la raggion non vale
e a resa saggia andrebbe chi è assennato.
Ma chi lo pò spiegà a ‘sto generale
che vôle fa l’eroe da quann’è nato?

Sopra er cavallo co’ la bava ‘n bocca 
arringa li sordati spauriti:
‘Noi sêmo forti e guai a chi ce tocca!
Semo l’orgojo de li Stati Uniti!

Vive o morì pò esse ‘n terno al lotto,
ma se combatteremo coll’onore;
saranno ‘sti servaggi a fa’ fagotto,
a occhio e croce, in meno de du’ ore!

Metteteve pe’ terra accovacciati
e state accorti. Quanno sarà l’ora
noi spareremo come forsennati
e da l’assedio sortiremo fôra.’

Ma li sordati blu so’ mosci e stanno,
co’ li penzieri da tutt’altra parte.
Su loro la tristezza ha steso er panno
mo’ ch’er destino ha messo giù le carte.

Lo sanno bene d’esse’ condannati,
ce vôle poco a legge’ ner futuro:
saranno tutti quanti scotennati
mo’ che er Capoccia vôle fa er duro.

Intorno a loro gireno l’indiani
mettenno in mostra ghigni paurosi.
Ch’hanno gran voja de menà le mani,
fanno casino e strepiteno astiosi.

E preso da ‘n’accesso de follia
er Generale urla: ‘ A disgrazziati,
morti de fame, annatevene via!
Da qui escirete solo che ammazzati!

Si fossi in voi me sciacquerei li denti
perché è sicuro che ve puzza er fiato!
Sête soltanto bestie puzzolenti:
nisuno ha fatto er bagno da che è nato.’

E ‘ste parole corono nel vento
e ariveno lassù dar capo indiano.
Toro Seduto ascolta serio e attento
li strilli dello yankee americano.

‘Er bagno nun se famo sarà vero.’
risponne l’omo rosso con fierezza.
‘Puzzamo, ma ve famo er culo nero,
sor Custer mio. E questa è ‘na certezza
!’

Nun ama Custer er contraddittorio,
come ‘na bestia scalpita, poi urla:
‘Me vôi mannà tu oggi ar manicomio?
È guera questa, a bello, e no ‘na burla!’

‘Un generale, quello? É poca cosa!’
er pellerossa esclama, esterefatto.
‘In guera è ‘na mania pericolosa
annà de testa fôra come ‘n matto
.’

Senza mostrà ‘no straccio d’emozzione
er capo indiano, co’ lo sguardo truce,
scruta er nemico e aspetta l’ore bône
pe’ fa l’attacco stanno ‘n controluce,

‘Nun schioderete più da ‘sta riserva
qui l’armi lascerete co’ la vita:
che a l’ômo bianco la lezione serva,
e a Washington la facceno finita!
’

‘Noi ce difenderemo co’ li denti,
che ce credete o no, mortacci vostri!
Potranno quattro indiani prepotenti
chiude cor tappo li fucili nostri?’

‘Le sacre terre che voi calpestate.
so’ nostre fin da quanno er sole splenne.
Mejo sarà per voi che ve ne annate
e ômo de valore è chi lo intenne
’.

‘Toro Seduto, fijo de ‘na mignotta,
l’onore più de tutto ar monno vale
e la facciaccia tua de teracotta
nun mette soggezzione a ‘n Generale!

Sai che te dico?’ - urla a perdifiato
Custer er biondo, annato ’n confusione -
‘Ringrazzia a chi er progresso t’ha portato,
sia a te che all’antri, misero straccione!’

'Quale progresso? Quello delle troje,
quello der whisky o de la ferrovia?
A batte, amico, mànnace tu moje,
je ‘ndicherò si vô la tenna mia!
’

Sai che te dico? A me me pare strano
che tu, che vieni da West Point, adesso
- riflette assai dubbioso er capo indiano -
vantaggio trovi nell’urlà da ossesso.'

‘Senza de noi vivrete nelle tende
mill’anni ancora, lo capisci questo?
Che vita ‘n ignorante po’ pretende
si fa la guera contro de chi è onesto?’

‘D’esse ignoranti a torto ce s’accusa
e che fastidio dâmo alla tua gente.
Ma vaffanculo! Questa qui è ‘na scusa
pe’ favve i cazzi vostri allegramente!

E l’omo rosso certo stenta a crede
che la semplicità pò esse colpa:
duro è de più lottà la malafede
che toje l’osso ar cane che lo spolpa.

La vita da ignoranti è cosa nostra,
co’ l’ignoranza nun se fa mai male.
Me fa paura la sapienza vostra
che mette a petto a me co’ ‘n animale.

E Manitù ce guardi dar progresso
se questo porta morte e distruzzione;
a me me basta vive come adesso,
so’ stato e resto er re de la Nazzione.

Urla l’indiano: ‘Sukorai kamato!’
ner mentre che s’addrizza un po’ la penna
.
‘In lingua sioux vo’ dì “Morammazzato,
giuro che io te stacco la cotenna.”

Stâmo alla fine e qui er discorzo cessa.
Passâmo all’armi e fàmola finita.
Com’ora vedi, male te s’è messa:
chi de noi due dà inizio a la partita?
’

La sfida attizza Custer, er combattente,
ch’andrebbe a pijà er fôco giù a l’inferno:
‘La vita nostra mo’ nun vale gnente,
ma er gesto sì che resterà in eterno,

ne la leggenda o, mejo, ne la storia!
Lo dico e lo ripeto, e non a torto,
prima de mette fine a ‘sta baldoria
che ‘n pellerossa è bbono quann’è morto!

Indenni passeremo la giornata
soltanto se er Gran Padre Iddio ci assiste.
Quello che conta è ora è de resiste
a ‘sta plebaja vile e scostumata.

 
Appena che m’aggiusto lo straccale
ordinerò che venga fatto fôco.
Nessuno pò ammazzà ‘sto generale!
E tutto er resto ormai conta più poco…'

'Er parlar nostro è polvere ner vento.
Idea nun cambierai, tu generale.
Nei libbri voi finì? Questo è er momento!
Pe’ te gnent’altro ar monno de più vale.

De fa ‘n massacro adesso farei a meno.
Domani a vendicavve altri de voi
ritorneranno e in molti moriremo,
ma a vince, bello, oggi sêmo noi.
’

Ner cielo va ‘na freccia come ‘n razzo,
er Garry Owen 1 sôna er trombettiere.
Parte all’attacco Custer come ‘n pazzo,
ordina fôco grosso all’artigliere.

Infuria la battaglia sanguinosa,
li yankee arditi mostreno coraggio,
ma so’ ridotti presto a poca cosa
e sopra i corpi loro se fa oltraggio.

Dopo du’ ore de combattimento
da le Black Hills sparisce ogni rumore.
Pe’ l’aria più nun s’ode alcun lamento,
solo l’ucelli parleno d’amore.
 
A terra da l’indiani denudati
stanno i sordati blu senza più vita.
So’ stati a uno a uno trucidati
e pe’ fortuna adesso ch’è finita.

Un colpo su la fronte, uno sur petto
hanno ammazzato Custer er Generale.
‘L’indiano è bono quann’è morto’ hai detto
e quello, caro mio, l’ha presa male.

Addio, ‘Capelli lunghi’. Tu sei stato,
senz’ombra alcuna granne combattente.
Nun sei n’eroe, ma ‘n trucido sordato
che ha massacrato così tanta gente.

 
Nei libri de la storia sei finito,
mejo sarebbe che nun fossi nato:
da quelle terre nun è mai sparito
er grido de dolore disperato.
 
 
1) Era la marcia  che Custer faceva suonare prima di ogni attacco


 
 




Chi era il generale Custer

 
Alle tre e mezzo del 25 giugno del 1876, nella zona del Little Big Horn, il generale George Armstrong Custer e i 242 uomini del 7° Cavalleggeri vennero massacrati dagli Hunkpapa di Toro Seduto e gli Oglala di Cavallo Pazzo (tribù Sioux). Compito assegnato a Custer era quello di rintracciare i Sioux e dar loro una "severa lezione" per essersi allontanati dalle riserve senza autorizzazione. La troppa sicurezza spinse il generale ad addentrarsi in territorio sconosciuto senza avvalersi dell’aiuto degli esploratori. Lui e il suo gruppo finirono così per cacciarsi in una trappola mortale: si trovarono a fronteggiare all’incirca cinquemila indiani. Tanta ingenuità può essere spiegata soltanto con l’intima convinzione di onnipotenza che Custer aveva maturato dopo anni di facili massacri. Aveva eliminato così tanti indiani da convincersi che la sua sola presenza fosse sufficiente a terrorizzarli.
Gli storici sono unanimi nel considerarlo un soldato mediocre, impulsivo e inaffidabile, senza particolari doti di comando. In realtà Custer aveva, dal lato umano, tutto quello che occorre ad un vero leader: carisma, personalità e spirito di sacrificio. Chiedeva molto agli altri ma chiedeva molto di più a se stesso. Le cronache dicono che il generale, mai stanco di stare in sella, si muoveva continuamente lungo la carovana dei soldati per incitarli a non lasciarsi vincere alla stanchezza o per intervenire là dove si verificava un incidente.
Per capire però meglio cosa egli avesse nell’animo occorre dare uno sguardo alla sua carriera militare. Dopo aver frequentato l’accademia militare di West Point, nel 1861 fu assegnato al 2° Reggimento di cavalleria col grado di sottotenente. Nel periodo della guerra di secessione si rendeva necessario un grande numero di ufficiali di alto grado nelle fila dell'esercito unionista. Così per ovviare alla carenza, ne vennero nominati alcuni provvisori. Fra questi Custer, che a soli 24 anni ebbe il grado di generale di brigata, contrassegnato dalla qualifica brevet, che ne indicava la temporaneità visto che era funzionale alle esigenze della guerra. Al termine della quale, egli avrebbe dovuto lasciare il suo grado temporaneo e riprendere quello effettivo di capitano.
Per meriti di guerra (era stato uno dei quattro generali che avevano presenziato alla firma dell'atto di resa dell'armata confederata, ad Appomattox,) a Custer fu offerto di rimanere nell'esercito col grado di tenente colonnello e gli fu concesso di fregiarsi del grado di generale a titolo onorifico. Venne quindi assegnato al 7° Reggimento di cavalleria, di stanza nel Kansas. Custer visse la "retrocessione" (che aveva interessato tutti i quadri permanenti dell'esercito) come un affronto personale e continuò a considerarsi un generale, anzi "il" generale, come dimostravano i suoi atteggiamenti spesso insubordinati, la sua fantasia nell'inventarsi le uniformi, quando non addirittura nel fregiarsi di quelle spalline che non avrebbe più dovuto indossare.
Nel 1867 subì un processo di fronte alla Corte marziale, con l’accusa di aver disobbedito agli ordini, di aver abbandonato il suo reparto (era solito allontanarsi dai suoi uomini per fare delle solitarie battute di caccia) e di aver tenuto un comportamento troppo rigido nei confronti di alcuni disertori. Fu condannato alla sospensione dal servizio per un anno e tenuto senza paga. Il provvedimento fu sospeso prima dei termini per ordine del comandante della Divisione militare del Missouri, Sheridan, che stava organizzando la campagna nel territorio indiano.
Custer doveva dare una prova di coraggio e di abilità militare per far dimenticare il processo subìto e recuperare il grado perduto dopo la fine della guerra. In quest'ottica possono essere spiegate Washita e il massacro di Little Bighorn. Forse un ruolo determinante nelle sue azioni lo giocò anche l'ambizione politica: pare che i democratici lo volessero come candidato alle elezioni presidenziali del 1876 (l’anno della sua morte).
Al termine della battaglia del Little Bighorn i Sioux denudarono, scalparono e mutilarono i corpi dei soldati. Tranne Custer. La leggenda vuole che sia stato risparmiato per il valore dimostrato in battaglia. Ma, molto più probabilmente egli non fu riconosciuto. Portava i capelli corti quel giorno e la confusione e la polvere sollevata dai cavalli nel combattimento non permettevano un’identificazione certa del nemico. Il corpo del generale presentava due ferite mortali: una al petto e l'altra alla tempia sinistra. L’ipotesi di un suicidio del generale prese facilmente piede, anche perché, se fosse sopravvissuto, l'uomo avrebbe dovuto affrontare per la terza volta la Corte marziale, il che avrebbe implicato la fine della sua carriera militare e il fallimento di qualsiasi aspirazione politica. Ma non c’erano segni di bruciature o tracce di polvere da sparo attorno alla ferita alla tempia, che invece avrebbero dovuto esserci dal momento che lo sparo era stato ravvicinato, e la tesi del suicidio cadde. Custer, fra l’altro, per spararsi alla tempia sinistra avrebbe dovuto usare la mano sinistra, ma non risulta che fosse mancino.
La sconfitta del generale ‘infallibile’ scosse l'America. Invece di fare un serio esame di coscienza sulla politica di sterminio sistematico perpetrato ai danni del popolo rosso, gli americani fecero di Custer un mito.
 
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ritratto di Rita Bellistri

X Fargo

Pubblicato da Rita Bellistri il Mar, 13/07/2010 - 09:31.

Carissimo Alessandro, ti ringrazio tanto per avermi dedicato

questa bellissima POESIA !!!

Come ormai tu sai, io ho sempre seguito i tuoi testi,

perchè mi piace questo tuo modo di far parlare gli altri o le cose, 

come faceva il GRANDE TRILUSSA !!!

Io in questi giorni, ho pubblicato come tu avrai notato "I NUOVI PROFETI",

quindi io sinceramente con tutta l'anima e con tutto il cuore ti dico:

TU SEI IL SUCCESSORE DEL GRANDE TRILUSSA !!!

QUINDI TU SEI

"IL NUOVO TRILUSSA"

<!--break-->

Te lo meriti, non perchè mi hai fatto una dedica...

ma come tu sai, nelle altre tue poesie,

io ti ho detto sempre che l'ammirazione che provavo e proverò sempre per te.....

è perchè mi ricordi il mio AMATO TRILUSSA !!!

Carissimo Alessandro grazie anche perchè mi hai allegato la storia del generale Custer !!!

Sono veramente commossa e ti rinnovo ancor di più i miei più sinceri AUGURI !!!

Pubblica queste bellissime poesie !!!

Io ti ho già detto che ho fatto una cartella dove c'è scritto fuori :

"POESIE E SONETTI DI FARGO"

Carissimo continuo tutti i giorni a salutarti e leggerti !!!

Affezionatissima Rita

Ps: Ho stampato tutte e 4 le pagine

ce l'ho fatta la cartuccia non è ancora finita, quindi domani, dopodomani ecc.

 ti ristampo e quando finisce ....aimè la ricomprerò !!!

 

 

 

 

 

 

 

 

Rita Bellistri
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ritratto di Fargo

Il nuovo Trilussa

Pubblicato da Fargo il Mar, 13/07/2010 - 13:50.

Carissima, sei troppo buona nei miei confronti. Essere paragonato a Trilussa mi fa un po' effetto. Mi inorgoglisce e mi impaurisce al tempo stesso. Ma non merito tanto. Solo di una cosa sono certo: scrivo quello che il cuore mi detta.

Il sonetto di domani ti farà meditare. Molto. Si intitola 'Giù dar palco'. Vediamo che ne pensi.

Un abbraccio

Fargo
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ritratto di Rita Bellistri

X Fargo

Pubblicato da Rita Bellistri il Mar, 13/07/2010 - 14:18.

Carissimo Alessandro, non vedo l'ora di leggere la nuova poesia !!!

Lo sai che me fai penza' sempre e lo sai che me piace !!!

Poi a ognuno i suoi commenti !!!

Perchè si sa che ciò che ognuno legge e capisce è perchè come ha detto il nostro

Caro Maestro Gesù:

"LA BOCCA PARLA DALL'ABBONDANZA DEL CUORE "

oh pardon volevo dire:

"LA PENNA SCRIVE DALL'ABBONDANZA DEL CUORE"

E UN'ALTRA FRASE E'

"CHI HA ORECCHIE INTENDA"

Potresci farci 'na bbella poesia intitolata appunto così

Sempre aff.ma Rita

 

 

 

 

 

Rita Bellistri
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